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Vita

Il solo PIL non fa bene alla felicità, neppure dei governanti!

22 Lug. 2020

Incidente di percorso in Irlanda – La Finlandia è la più felice del mondo!

a cura di Valentino Bobbio

In questo momento in cui tutti i Paesi sono impegnati a definire le scelte per il rilancio dell’economia, si pone il problema di quali debbano essere le priorità. L’analisi che segue mostra che perseguire indiscriminatamente la crescita del Pil non fa bene alla popolazione ed al Paese; occorre invece perseguire una vera sostenibilità sociale e la Finlandia ci mostra che è possibile.

Il primo ministro irlandese Leo Varadkar leader del Fine Gael, a capo di un governo di minoranza, pensando di capitalizzare un consenso derivante dalla forte crescita economica del Paese e da una gestione decisa della Brexit, per salvare il mercato comune tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord aveva indetto elezioni anticipate, sicuro di vincerle e conquistare una solida maggioranza.

Invece, l’8 febbraio 2020 è stato sconfitto – perdendo voti e seggi – e il suo partito è arrivato addirittura terzo dopo il Sinn Fein e il Fianna Fail. Che cosa è successo?

In effetti, dal 2012 al 2017 l’economia irlandese è cresciuta a un ritmo medio del 9,4% annuo e – negli ultimi dieci anni – il suo PIL pro-capite è cresciuto del 53%. Oggi gli irlandesi figurano tra i più ricchi al mondo: nella classifica FMI del 2018 sono quinti, con un PIL pro capite di 79.925 dollari, addirittura davanti al sultanato del Brunei e alle spalle di Qatar, Macao, Lussemburgo e Singapore. Il Pil irlandese, infatti, continua a crescere a ritmi superiori alla media UE (+4,5% nel 2018) e ben oltre il 3% nel 2019.

L’elevato PIL del Paese, sovente soprannominato “tigre celtica”, nasconde molti problemi. Da una parte il PIL è gonfiato e senza le multinazionali – in particolare le sedi europee Google, Amazon e Facebook attratte da un fisco molto favorevole (corporate tax al 12,5%) – vale il 30% in meno. D’altra parte, la ricchezza non “percola” sulla popolazione e la condizione dei cittadini irlandesi è molto meno florida di quanto i dati possano lasciar credere. Per esempio, secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica Irlandese, ci sono ancora moltissimi cittadini che vivono addirittura al di sotto della soglia di povertà: circa 800mila persone, pari al 16,6% della popolazione.

Infatti, intervistati dai giornalisti del The Economist all’uscita dei seggi, gli elettori hanno dipinto un quadro ben diverso:

  • il 63% degli elettori ha dichiarato di non aver percepito in tutti questi anni la crescita economica sul proprio reddito,

  • il 32% lamenta le criticità del sistema sanitario, con difficoltà ad essere ricoverato, file nei corridoi degli ospedali, anni di attesa per le visite specialistiche,

  • il 26% ritiene molto grave il problema degli alloggi sia per la carenza di abitazioni sia per il loro costo molto elevato, dovuto alle carenti politiche abitative,

  • il 65% vorrebbe un aumento della spesa sociale perché si sente poco tutelato.

Tutto questo è anche l’effetto delle rigorose politiche di bilancio per la priorità data al pareggio di bilancio e alla riduzione del debito pubblico, che era esploso con la crisi bancaria seguita alla bolla speculativa immobiliare del 2007-2008. La conseguenza è stata il taglio della spesa sociale e sanitaria e la stasi del settore immobiliare: oggi Il 77% dei giovani vive ancora con i genitori e a Dublino la condizione abitativa è molto critica: il livello degli affitti la rende la quinta città più costosa al mondo.

I cittadini irlandesi non ne possono più di questo lungo periodo di austerità, che li lascia poveri come prima e vogliono più benessere e più servizi e non più PIL. La maledizione del PIL ha colpito il Fine Gael e Leo Varadkar!

Ben diversa è la situazione in Finlandia. Pur avendo per il FMI un PIL pro capite di 49.738 dollari nel 2019, che è poco più della metà di quello irlandese, per il secondo anno consecutivo la Finlandia è per il World Happiness Report 2019 – elaborato dal Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite – il Paese più felice al mondo.

Il segreto del Paese si può riassumere in tre parole: uguaglianza, cultura e sicurezza sociale.

Uguaglianza. La Finlandia ha un coefficiente di Gini molto basso che indica limitate disuguaglianze. Questo è dovuto a politiche di inclusione di lungo periodo che vedono lo Stato lavorare insieme alle amministrazioni locali ed alle fondazioni private per favorire l’inclusione. Inoltre, i cittadini hanno buona stima della loro classe politica e amministrativa.

Oltre alla sperimentazione di un reddito di cittadinanza per i cittadini svantaggiati, va ricordata la sostanziale abolizione delle carceri sostituite con servizi di rieducazione e reinserimento (con riduzione dei costi per la sicurezza), bilanciata da un’onestà diffusa. Una rivista ha fatto l’esperimento di abbandonare 12 portafogli con soldi in 16 città, ed Helsinki è risultata la città più onesta del mondo: ne sono stati restituiti ben 11, mentre a Madrid solo 2 (fonte: El Pais Semanal).

Esemplare è poi l’impegno di recupero e di reinserimento dei senzatetto, che li ha ridotti da 18.000 nel 1987 a 5.000 nel 2019 attraverso la politica Housing first: prima di tutto si offre una casa, accompagnata da un’assistenza sociale volta alla formazione ed al reinserimento sociale e lavorativo. Le case sono comprate attraverso i proventi del gioco d’azzardo, integrati dai Comuni e dalle fondazioni.

Infine, il nuovo governo ha portato il congedo parentale a 14 mesi cumulati, da dividere equamente tra entrambi i genitori, affinché entrambi si occupino dei figli. Si tratta di un periodo uguale per madri e padri, che potranno dividersi in modo flessibile, equamente.

Cultura. Non solo l’educazione è gratuita fino al dottorato, ma le scuole hanno grande autonomia organizzativa ed un grande impegno di sperimentazione didattica. I bambini lavorano per progetti, senza compiti a casa, ed hanno risultati eccellenti. Gli insegnanti hanno un livello di preparazione molto alto, tutti almeno con il master, sono ben pagati ed il loro ruolo è di grande prestigio sociale.

Così il livello di istruzione della popolazione è elevato, e questo alimenta un’economia innovativa che ha saputo superare prima il venir meno del mercato sovietico, sbocco della maggior parte delle esportazioni finlandesi e poi il crollo della Nokia. Ne consegue che la disoccupazione è bassa e la parità di genere molto elevata: la Finlandia è il quarto Paese al mondo – secondo l’indagine del Global Gender Gap 2018 del World Economic Forum – mentre l’Italia è settantesima, dopo la Mongolia e il Ruanda o la Namibia!

Sicurezza sociale. I finlandesi pensano che la sicurezza sociale favorisca la serenità di vita, l’armonizzazione vita/lavoro e quindi un clima lavorativo produttivo e creativo, dove ognuno si impegna a dare il contributo che può. Gli orari di lavoro sono ben definiti, e chi perde il lavoro trova percorsi di transizione ed interventi di formazione e riqualificazione mirati sulle proprie capacità.

Per ogni esigenza i cittadini possono trovare supporto da parte della collettività, ed anche se i servizi sociali diffusi comportano tasse elevate, i cittadini pensano che si tratti di risorse ben investite perché reputano che il ritorno per loro sia di valore maggiore rispetto a quello che pagano.

Gli investimenti in una sanità di qualità ed accessibile a tutti sono ingenti; malattie rare, disabilità e malattie mentali trovano una risposta pronta. La lotta all’alcolismo ha ridotto il disagio ed ha dimezzato il tasso dei suicidi.

Insomma, un modello di società fondato sulla cooperazione, la fiducia reciproca, il duro lavoro di analisi e ricerca di soluzioni condivise.

E gli Stati Uniti? Warren Buffet, grande investitore con i fondi di Berkshire Hathaway, ha dichiarato che non è giusto che la sua segretaria paghi più tasse di lui. Il premio Nobel Joseph Stiglitz afferma che in America l’economia non funziona nonostante un PIL in crescita +2,1% nel 2019 e una Borsa in crescita impetuosa da record: “Né il PIL né la Borsa, dice, sono un buon metodo per valutare le prestazioni di un Paese”. Dal 2017 in tre anni il salario medio è aumentato solo del 2,6% e rimane inferiore del 3% rispetto a quello di 40 anni fa.

Nel frattempo, l’1% della popolazione – e in particolare lo 0,01% – si è enormemente arricchito, perché la gran parte dell’aumento del PIL è andato a vantaggio dei più ricchi: la riduzione delle tasse varata da Trump ha favorito solo loro e ha scatenato il riacquisto di azioni proprie da parte delle aziende e non nuovi investimenti.

La conseguenza di tale politica è l’aumento delle tasse per le famiglie a reddito medio e basso, a fronte del taglio della spesa sociale. In due anni la copertura sanitaria è crollata e milioni di persone hanno perso la loro assicurazione: i non assicurati sono così passati dal 10,9% al 13,7% della popolazione.

Tutto ciò ha portato al calo dell’aspettativa di vita media e ad un aumento della mortalità di mezz’età per disperazione dovuta ad alcool, overdose di droga e suicidi, soprattutto tra i maschi bianchi, che hanno reti familiari e sociali di solidarietà più labili, come indicano l’economista di Princeton Anne Case e il Nobel per l’economia Angus Deaton.

Inoltre, le misure di deregolamentazione “hanno permesso alle imprese di inquinare l’aria fare aumentare il numero degli statunitensi dipendenti da oppioidi, spinto più bambini a mangiare cibi che fanno venire il diabete” continua Stiglitz.

Infine, l’economia americana ha un basso tasso di occupazione, perché le persone non in salute non possono lavorare, vi sono due milioni di carcerati (cresciuti di 6 volte rispetto al 1970) e, non essendoci congedi familiari e servizi per l’infanzia affidabili, il tasso di occupazione femminile è basso

L’economia invece ha bisogno del contrario, conclude Stiglitz; invece di incertezza, volatilità e prevaricazione, ha bisogno di fiducia, stabilità e sicurezza.

Qual è l’economia in cui ci piacerebbe vivere? Quale economia è al servizio degli uomini e delle donne nel rispetto dell’ambiente?

In questo grafico una breve classificazione dei sistemi economici, ponendo a confronto la distribuzione del potere con la diffusione del benessere.