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Abiti rosso sangue

24 Gen. 2019

a cura di Valentino Bobbio, Segretario generale NeXt

Che bello comprare tanti bei vestiti a basso costo!
Quanti capi in più possiamo avere senza spendere troppo! 
Sembra il paradiso dei consumatori! Se in poco tempo perdono il loro fascino, e non paiono più così belli, considerando quello che costano possiamo sostituirli facilmente con altri capi.

Ma, viene naturale una domanda: perché costano così poco? Non saranno fatti con materiali scadenti, di bassa qualità?

Ma è solo un problema di materiali scadenti? Come è possibile poter comprare scarpe e vestiti a così basso prezzo? Da dove vengono? Il marchio è anche buono e conosciuto, di una primaria casa di abbigliamento italiana, spagnola, tedesca, svedese o americana, ma indagando meglio leggiamo made in Bangladesh o in China o in Vietnam o in Pakistan. Perché le nostre grandi imprese di abbigliamento producono in quei Paesi? Per i bassissimi costi del lavoro, dell’ambiente e della sicurezza.

Questi bassi costi del lavoro, che favoriscono la delocalizzazione delle produzioni tessili, fanno perdere posti di lavoro da noi e ci rendono nel complesso lavoratori più precari. I bassi costi ambientali generano inquinamento da sostanze chimiche, atrofizzazione dei fiumi, condizioni di vita che peggiorano e rendono inutili i nostri investimenti per l’ambiente in Europa, perché il degrado del pianeta colpisce tutti ed ignora i confini politici. Ed i bassi costi di sicurezza generano tragedie come quella della fabbrica Ali Enterprises di Karachi in Pakistan, dove 260 lavoratori sono morti nel settembre 2012 per un incendio causato dall’incuria e dall’ignoranza delle più normali misure di sicurezza, oppure come il crollo del Rana Plaza a Dacca in Bangladesh che ha ucciso più di 1.100 lavoratori.
Entrambe le fabbriche producevano per grandi marchi occidentali, che così potevano offrire prodotti a basso costo ai loro clienti, ma a quale prezzo doloroso ci ricorda il
Movimento Consumatori che segue in Italia la lotta dei sopravvissuti dell’Ali Enterprises. Questa impresa era stata certificata poche settimane prima dal RINA, attraverso un auditor locale, SA8000 – ossia in particolare come impresa responsabile per la sicurezza dell’ambiente di lavoro. Ma se le certificazioni sono commissionate e pagate da chi viene sottoposto a verifica, come possono essere indipendenti?

A volte quando indossiamo certi abiti, insorgono pruriti e allergie. Sono le sostanze chimiche utilizzate che danneggiano non solo noi utilizzatori, ma anche i lavoratori che le manipolano e l’ambiente che le riceve. Abiti sostenibili vuol dire anche abiti sani.

La Campagna Abiti Puliti, membro italiano di Clean Clothes Campaign, ci informa sulla sostenibilità delle aziende del settore.

Ed abbiamo sempre più alternative, perché stanno crescendo nuovi marchi che producono in Italia con attenzione alla salute ed alla sostenibilità sociale ed ambientale, come ad esempio:

Made in Carcere (autovalutata NeXt), marchio della cooperativa sociale Officina Creativa che tramite il lavoro delle donne del carcere di Lecce produce sciarpe, borse e magliette. Attraverso il processo di inclusione avviato con il lavoro nella cooperativa la recidiva è ridotta del 40%.

Cangiari , marchio di moda etica di fascia alta, con prodotti artigianali di alta qualità, creato dalla cooperativa calabrese GOEL (in fase di autovalutazione), Gruppo cooperativo che gestisce anche attività nel turismo responsabile, agricoltura biologica, sviluppo locale, multimedialità, servizi sociali e sanitari, tutte con una forte connotazione etica e di sostenibilità ambientale. GOEL è schierato per la promozione dei diritti umani dei gruppi sociali e delle comunità più indifese, contrapponendosi alla ‘ndrangheta, e promuovendo l’idea che l’etica non può accontentarsi di essere solo giusta, ma deve essere anche efficace.

Lanificio Leo (in fase di autovalutazione), la più antica tessitura di lana in Calabria, che ha fatto della qualità (materia prima e tintura) un suo marchio di fabbrica, e sperimenta nuovi prodotti a partire da dinamiche di “low technology” con sorprendenti spunti di creatività, contrastando la ‘ndrangheta.

Pangea-Niente Troppo (autovalutata NeXt), cooperativa sociale del circuito CTM Altromercato che commercializza a Roma anche prodotti tessili e dell’abbigliamento equi e solidali.

Lubiam (in fase di autovalutazione), impresa di alta moda maschile con sede a Mantova, che ha produzioni di grande qualità che si accompagnano ad un sistema avanzato di welfare aziendale in termini di conciliazione vita lavoro e di servizi per i lavoratori.

Ragioniamo con i piedi, che viene dal mondo dei GAS-Gruppi di acquisto solidali, e produce scarpe di qualità con materiali non nocivi.

Worth Wearing, piattaforma online che realizza t-shirts on demand, ed è uno strumento per il fundraising per finanziare progetti di cambiamento, in particolare del settore no-profit.

Progetto Quid che lavora tessuti di qualità del Made in Italy recuperati da donne con un passato di fragilità, unendo creatività e sostenibilità ambientale e sociale.

Share-Second HAnd REuse che recupera vestiti usati di qualità, ricondizionati e venduti nei negozi da cooperative sociali di tipo B, rivolte all’inserimento lavorativo di persone in difficoltà; gli utili vengono reinvestiti in progetti sociali.

Quagga che nasce da un gruppo di professionisti della moda per superare le logiche dominanti del sistema moda, commercializzando prodotti confezionati con materiali privi di sostanze nocive dannose non solo per la salute del consumatore finale, ma anche delle maestranze adibite alle lavorazioni e del territorio. Le nobilitazioni, i finissaggi e le tinture dei tessuti selezionati escludono sostanze tossiche come nonilfenoli, aminofenoli, ftalati, responsabili di allergie, disturbi ormonali e potenzialmente cancerogeni.

Cora Happywear marchio di abiti per bambini fatto dalle “mamme per le mamme”, attraverso un processo seguito passo per passo, spiegando i materiali utilizzati, i trattamenti sui capi di abbigliamento, dove e come si svolge la produzione.

La scelta sta a noi, alla nostra capacità di attivare il voto col portafoglio, se ci informiamo, facciamo circolare le informazioni (la cosa che le imprese predatorie temono di più!) e ci coordiniamo, spostando con i nostri acquisti responsabili quote di mercato crescenti verso le imprese che pagano il giusto alle lavoratrici/lavoratori, usano materie prime non nocive, non scaricano i costi sull’ambiente.
Tutto questo consente inoltre di mantenere produzioni ed occupazione nel settore in Italia.
Anche noi possiamo contribuire a rendere il mondo della moda più pulito e giusto.