di Luca Raffaele

In dieci anni la rivoluzione tecnologica e informatica ha sconvolto la nostra vecchia concezione del mondo del lavoro, portando una progressiva scomparsa dei vecchi “mestieri” in favore di una molteplicità di attività parcellizzate ma interconnesse. Maggiore qualifica e flessibilità, sembrano essere i due termini cardine, positivi e ambigui allo stesso tempo, di un cambio di paradigma che non può essere rilegato al solo aspetto occupazionale ma deve ricomprendere l’intera strategia del nostro paradigma economico.

Secondo Rifkin stiamo entrando nell’era della fine del lavoro: l’inarrestabile integrazione robotica rispetto alle mansioni lavorative ordinarie, che nemmeno mercati esteri più forti e nuove professioni all’avanguardia potranno fermare.

Ma il nostro dibattito non deve rispondere a una domanda che frena l’innovazione, dovrebbe creare strutture leggere che possano accompagnarla affinché sia di supporto alla società, all’ambiente, e non crei dei falsi miti legati alla logica del profitto mascherato da Zorro. Dobbiamo essere consapevoli dei benefici che le nuove tecnologie potranno portare, ma anche dei rischi: soprattutto collegati a una economia globalizzata, che dovrà fare i conti con una massa sempre più grande di disoccupati, che può aumentare vertiginosamente o avere un graduale seguito dalle politiche nazionali decise dal Governo.

Quindi, non dobbiamo intendere la fine del lavoro come una catastrofe e possiamo sfruttare le enormi potenzialità della tecnologia per evitare il collasso totale. Secondo il Censis, per la prima volta in Italia i figli saranno più poveri dei genitori. L’istituto parla di “ko economico dei Millennial” che hanno “un reddito inferiore del 15,1% rispetto alla media dei cittadini” e una ricchezza familiare che, per i nuclei under 35, è quasi la metà della media (-41,2%).

Nel confronto con venticinque anni fa, rispetto ai loro coetanei di allora, gli attuali giovani hanno un reddito inferiore del 26,5% (periodo 1991-2014), mentre per la popolazione complessiva il reddito si è ridotto solo dell’8,3% e per gli over 65 anni è invece aumentato del 24,3%.

Il problema non è solo dei giovani: in generale diminuiscono le “figure intermedie esecutive” e crescono le professioni non qualificate (più 9,6% tra il 2011 e il 2015) e gli addetti alle vendite e ai servizi personali (più 7,5%). Si riduce anche il numero di operai, artigiani, agricoltori: il lavoro costa meno, ma questa riduzione non favorisce la domanda, anche per via della crisi del settore pubblico.

La deflazione è figlia anche di questo sistema del massimo ribasso, che ha compresso e impoverito la classe media. Ma il dato dell’aumento delle professioni non qualificate è in controtendenza rispetto alla logica alla quale si sta avviando il nostro Paese e in generale il mondo, rispetto al ripensamento delle industrie con il Piano Industry 4.0. Ecco che dovremmo essere in grado di avere una visione completa sugli 11 indicatori dell’innovazione futura, che dovrebbero essere acquisiti dai giovani nello sviluppo di professioni qualificate e di qualità (Big Data, Internet of Things, Web Security, Robot autonomi, Simulazioni, Integrazioni dei sistemi informativi, Cloud, Realtà aumentata, Additive Manufacturing 3D).

In Italia l’industria 4.0 viaggia a due velocità. Secondo i dati del Politecnico di Milano, un terzo delle società del Paese ha iniziato progetti avanzati per un valore pari a 1,2 miliardi di Euro e una crescita complessiva del 30%. Nonostante ciò, il 32% delle grandi società e il 46% delle PMI non conoscono i temi della Smart Manufacturing/Industry 4.0 e rischiano, quindi, di essere escluse dal mercato.

Al fine di evitare il rischio di digital divide, il Governo ha presentato il piano per l’industria 4.0, che prevede tra il 2017 e il 2020 lo stanziamento di circa 13 miliardi in investimenti pubblici e un aumento degli investimenti privati di 10 miliardi di euro. L’idea di Reti delle cose per Reti di persone deve passare necessariamente per Reti di imprese, in questo caso piccole e medie industrie, che se non vogliono ricoprire il ruolo di ultime ruote del carro dell’innovazione devono mettersi insieme favorendo lo sviluppo di filiere nuove, integrate e sostenibili.

Il ruolo cruciale di questa trasformazione lo affronterà il Terzo Settore come luogo di crescita dell’occupazione, se sarà in grado di diventare protagonista del cambiamento insieme con le università e le scuole, che con i loro strumenti di Terza Missione e Alternanza Scuola Lavoro, potranno connettere le nuove esigenze di imprese e territorio, con le nuove competenze che devono acquisire gli studenti.

Se non vogliamo confermare la teoria di Rifkin sulla fine del lavoro, dobbiamo acquisire in tempi rapidi e con una logica condivisa non tanto le nozioni, ma le competenze per una nuova classe di lavoratori, che privilegia l’aspetto di qualità rispetto a quello della quantità.

Abbiamo bisogno di patti territoriali tra sistema formativo e sistema lavoro con il Terzo Settore, che può assumere il ruolo di connessione e monitoraggio delle ricadute occupazionali viste con occhiali diversi da quelli logori e opachi, che ci hanno fatto indossare fino a ora.

È questo il senso dei laboratori Prepararsi al Futuro proposti anche quest’anno nelle scuole e nelle università di alcune regioni italiane: Campania, Lazio, Puglia, Lombardia, Veneto, Sicilia e Piemonte. Un’occasione per lavorare e parlare “con i giovani” e non “dei giovani”, creando un network di idee sostenibili al servizio del territorio.

Nessuna falsa speranza o ideologia, nel dire che non possiamo lasciare le nostre scelte sul futuro al caso, esistono nuove competenze da acquisire e dobbiamo raggiungere quel giusto grado di intraprendenza che ci chiarisce un importante concetto: la fortuna aiuta le menti connesse!

original post: http://www.huffingtonpost.it/luca-raffaele/il-mondo-senza-lavoro-la-fortuna-aiuta-le-menti-connesse_b_13578832.html